Bianchi (Senaf): imprenditori sempre più soddisfatti, oltre 6 su 10 ampiamente appagati dall’andamento aziendale attuale. Fatturati 2015 in crescita per un’azienda su due. Quasi 5 su 10 hanno assunto nuovi addetti. Fiducia per il 2016: fatturati in aumento per oltre la metà degli imprenditori 

Imprenditori della meccanica e della subfornitura sempre più soddisfatti dell’andamento delle loro aziende. È ben il 63,5% a dirsi ampiamente contento delle performance raggiunte, forte di fatturati e livelli occupazionali in crescita, un portfolio ordini adeguato alle esigenze aziendali e una buona liquidità: questo il quadro fotografato dall’Osservatorio Mecspe realizzato da Senaf in occasione di Mecspe, la fiera internazionale delle tecnologie per l’innovazione (Fiere di Parma, 17-19 marzo 2016), che con 1.200 espositori presenti nei 10 saloni tematici, 14 unità dimostrative, 6 piazze d’eccellenza e 72 momenti di approfondimento sarà l’occasione per trovare soluzioni e processi che ottimizzino la propria produzione e incontrare partner con cui sviluppare concrete occasioni di business.
“Guardando ai risultati dell’Osservatorio, si vede come, negli ultimi due anni, siano sempre più gli imprenditori che, da moderatamente appagati dalle performance delle loro aziende, si dicono invece ampiamente soddisfatti – commenta Emilio Bianchi, Direttore di Senaf – Se il 2013 era stato un anno di grandi soddisfazioni per il 51,3% e il 2014 per il 51,5%, a fine 2015 è ben il 63,5% a dirsi ampiamente contento dei risultati ottenuti: un +12% che non lascia dubbi sul clima di ritrovato ottimismo che anima il comparto e che siamo sicuri di ritrovare a marzo, tra le aziende che parteciperanno a Mecspe”.

L’Osservatorio Mecspe conferma il trend positivo delle passate rilevazioni. Rispetto a quelli registrati nel 2014, i fatturati sono in crescita per il 50,7% delle aziende e stabili per il 36,7%; dal punto di vista dell’occupazione il 47,4% ha assunto nuovo personale mentre il 43,4% non ha avuto variazioni; gli ordinativi sono adeguati alle esigenze finanziarie (69,7%) e la liquidità è buona per ben il 48,4% (+13,4% rispetto allo scorso anno). “I dati emersi dall’Osservatorio Mecspe danno una fotografia dettagliata dell’industria meccanica italiana, partendo dal punto di vista degli imprenditori. Gli indici dimostrano una consistente fiducia, non solo nelle proprie performance, ma anche nell’andamento del mercato. Un’ottima notizia per l’intero Paese.” sottolinea Enrico Gallorini, Partner di GRS Ricerca & Strategia, la società che ha condotto l’indagine.

 

Un clima di ripresa che fa guardare con ottimismo all’anno appena iniziato: oltre la metà degli imprenditori prospetta di chiudere il 2016 con fatturati in crescita (53,2%), mentre il 38,4% di mantenerli stabili; ben il 32,6% prevede di assumere (+17,8% rispetto alle prospettive per il 2015) mentre solo il 3,2% di ridurre il proprio organico. Fiducia anche nel buon andamento del mercato in cui operano, con solo il 7,3% di aziende che, nei prossimi tre anni, teme una flessione.

“Ci troviamo di fronte a un mercato che è tornato a correre e lo fa puntando sui solidi mercati dell’Europa Centro-Occidentale, scelti da quasi 8 aziende su 10, e su quelli in forte espansione dell’Europa dell’Est che attirano oltre un terzo delle nostre imprese, mostrando di non temere i competitor internazionali e investendo in R&D – prosegue Emilio Bianchi – 3 imprenditori su 10 sono disposti a investire oltre l’11% del proprio fatturato per migliorare la propria produzione. Lo scorso anno era solo 1 su 10 a osare tanto”.

 

Investire in R&D porta maggiori successi aziendali in termini di fatturati, ordinativi e soddisfazione: il 48,9% di chi investe in R&D ha visto crescere il proprio fatturato rispetto al 2014; il 71,4% ha un portfolio ordini adeguato e ben il 61,7% si dice ampiamente soddisfatto delle performance della propria azienda.

Sul fronte delle innovazioni che stanno caratterizzando il comparto, c’è la sfida dell’informatizzazione, interconnessione e automazione dei processi produttivi per la trasformazione delle aziende in ‘fabbriche intelligenti’. Una sfida che vede il nostro Paese sulla buona strada per colmare il gap con altri Paesi che hanno intrapreso questa via da più tempo: ben 8 imprenditori su 10 hanno un giudizio positivo sull’Italia. “L’Osservatorio Mecspe rivela che la strada verso un’industria 4.0 è ancora lunga, ma che stiamo andando nella giusta direzione: 2 imprenditori su 10 promuovono a pieni voti il nostro Paese e 6 su 10 giudicano comunque sufficiente il grado d’informatizzazione attuale. Una spinta verso un manifatturiero 4.0 potrà venire dagli stessi imprenditori della meccanica e della subfornitura: se il 46,4% si vede già alla guida di una ‘fabbrica intelligente’, il 43,6% ammette che ci sono ancora molti sforzi da fare. – spiega Emilio Bianchi – Da tre anni, ben prima degli interventi dell’Unione Europea, Mecspe con il progetto Fabbrica Digitale, oltre l’automazione©, mostra alle aziende i vantaggi competitivi di questo modello produttivo e continuerà a farlo. Il nostro obiettivo è quello di offrire al manifatturiero italiano un aiuto concreto in questo percorso che lo porterà verso un paradigma di produzione 4.0”

 

Sintesi
Dati economici – Nel 2015 fatturato in crescita per 5 imprese su 10, occupazione in crescita, liquidità buona e portfolio adeguato. Andamento ampiamente soddisfacente per oltre sei imprese su dieci e certezza sulla crescita del mercato nei prossimi tre anni.

 

L’andamento aziendale attuale risulta complessivamente soddisfacente per le imprese del comparto della meccanica e della subfornitura, con il 63,5% degli imprenditori che parla di performance aziendale molto positiva, il 30,8% che si dice mediamente appagato e solo il 5,7% è contrariato.
Soddisfazione che si può in parte spiegare guardando, in prima battuta, all’andamento del 2015 e alle previsioni per l’anno in corso.

Rispetto al 2014, infatti, il 50,7% delle aziende ha registrato una crescita del proprio fatturato, mentre il 36,7% dichiara stabilità e il 12,6% un calo. Sul fronte occupazione, il numero di addetti è aumentato per il 47,4% mentre si è mantenuto complessivamente stabile per il 43,4%; solo un 9,2% ha dovuto ridurre il personale. Il portfolio ordini è giudicato “adeguato” ai propri livelli di sostenibilità finanziaria dal 69,7% delle imprese, contro un 30,3% per cui è insufficiente. Segnali positivi per quanto riguarda la liquidità che è ritenuta buona per quasi cinque imprenditori su dieci (48,4% vs 35% del 2014) e sufficiente per oltre quattro imprenditori su dieci (44,7% vs 51,6%).

 

Per quanto riguarda le previsioni per il 2016, sul fronte dei fatturati il 53,2% si aspetta una crescita del fatturato, il 38,4% stabilità, mentre solo l’8,4% prospetta un calo; mentre su quello dell’occupazione, se il 64,2% dichiara di voler mantenere stabile il numero di addetti, il 32,6% prospetta incrementi e solo un 3,2% prevede cali.

Non ci sono dubbi sul futuro del mercato in cui si trovano a operare le singole aziende: nei prossimi 3 anni, solo il 7,3% si aspetta una contrazione del mercato contro un 48,1% apertamente convinto del suo sviluppo e un 44,7% che crede non ci saranno grosse variazioni rispetto all’andamento attuale.

 

Export
8 aziende su 10 esportano i propri prodotti e servizi. L’Europa Centro-Occidentale principale mercato di sbocco

 

Sul fronte dell’export, 8 aziende su 10 (81,2%) dichiarano di esportare i propri prodotti e servizi, con un’incidenza variabile. Il 35,6% dichiara di realizzare all’estero meno del 10% del proprio fatturato, il 13,9% “dall’11% al 25%”, il 12,9% “dal 26% al 45%”, il 13,4% “dal 46% al 70%” e il 5,4% “oltre il 70%”.

Chi esporta punta prevalentemente verso gli Stati dell’Europa Centro-Occidentale (78,7%), seguiti da quelli dell’Europa dell’Est (34,8%) e del Nord America (23,2%). Circa il 21,3% esporta in Asia, mentre il Sud America è un mercato per il 17,7%, il Medio Oriente per il 14%, la Russia per il 10,4%, l’Africa Settentrionale per l’8,5%, l’Oceania per il 4,9% e l’Africa Meridionale per il 2,4%.

 
Freni alle imprese – Burocrazia, costo della forza lavoro, aspetti fiscali, concorrenza del mercato e tempi della giustizia preoccupano maggiormente. Accesso al credito continua a preoccupare, ma è complessivamente soddisfacente per oltre 8 aziende su 10.

A ostacolare la normale attività e a preoccupare gli imprenditori al primo posto è indicata la “Burocrazia” (dall’88,5%), seguita dal “Costo della Forza Lavoro” (85,1%), dagli “Aspetti Fiscali” (84,5%), dalla “Concorrenza del mercato” (82,7%) e dai “Tempi della giustizia” (77,2%).

 

Seppur sia un imprenditore su due a indicare come elemento di criticità per l’attività aziendale l’ “Accesso al credito” (52,4%), l’85% delle imprese giudica complessivamente soddisfacente l’attuale rapporto con le banche: per oltre un terzo (38,5% ) l’accesso al credito è in miglioramento.

Non sembrano preoccupare l’ “Evoluzione rapida del settore” indicata come elemento di criticità dal 40% delle imprese e la “Contraffazione e la tutela della proprietà industriale” (36,7%).

 

I dati sulle macchine utensili: età media troppo alta e il 27% ha più di 20 anni

di di Dario Di Vico

Una catena di montaggio (Ansa)
Una catena di montaggio (Ansa)

Anche i robot cominciano ad avere i capelli grigi. Ogni dieci anni l’Ucimu, l’associazione di categoria dei produttori di macchine utensili aderente alla Confindustria, realizza un’importante indagine sull’età media del parco macchine impiegato nelle aziende italiane. E i risultati di quella che sarà presentata oggi (su un campione di 2.500 imprese con oltre 20 addetti) alla Camera dei Deputati a Roma non sono affatto confortanti.

L’età delle macchine

Le macchine hanno in media 12 anni e 8 mesi ed è il responso anagrafico più alto di sempre: dieci anni fa l’età media era di 10 anni e 5 mesi. Cresce anche la quota di macchine utensili con età superiore ai 20 anni: è il 27%. Sono le macchine più tradizionali, quelle per l’asportazione e la deformazione, ad avere la maggiore anzianità di servizio ma persino i robot installati sono invecchiati di 4 anni e mezzo rispetto alla media fatta registrare nella precedente rilevazione. «Queste evidenze mettono a dura prova la competitività del sistema industriale italiano — commenta Luigi Galdabini, presidente Ucimu — che rischia inesorabilmente di arretrare anche perché nel frattempo le industrie dei Paesi emergenti si stanno dotando di sistemi e tecnologie di ultima generazione».

Il livello di automazione

Se è vero, infatti, che in 20 anni la qualità della tecnologia impiegata nelle fabbriche italiane è cambiata in meglio non è avvenuto però a sufficienza: nel 1994 le macchine classificate «di tipo tradizionale» erano il 90% e ora questo coefficiente è sceso al 74% ma la presenza di tecnologie innovative (il restante 26%) è ancora troppo bassa anche a fronte delle eccezionali discontinuità registrate dalla scienza applicata in questi quattro lustri. E infatti il grado di automazione, rilevato dall’incidenza del controllo numerico sul totale, negli ultimi dieci anni è cresciuto di un solo punto percentuale arrivando a un 32% tutt’altro che incoraggiante.

«Dati impressionanti»

Secondo il professor Gian Maria Gros-Pietro, coordinatore scientifico dell’indagine, «i dati sono impressionanti, l’età media del parco macchine non è stata mai così elevata negli ultimi 40 anni. E un invecchiamento di oltre due anni nell’arco di dieci significa che una parte molto consistente del macchinario non è stata rinnovata affatto nel periodo preso in esame». Come si spiega tutto ciò? La risposta di Gros-Pietro è secca: «È il risultato del crollo del processo di investimento. Lo si può dedurre dalle classi di età del parco macchine esistente. Il crollo più consistente si è verificato proprio negli ultimi cinque anni. Il 24,3% delle macchine censite a fine 2014 era stato installato nel quinquennio 2005-2009 ma quelle installate durante il quinquennio successivo pesano solo per il 13,1%». E siccome è proprio la componente «investimenti» a mancare al rilancio del nostro Pil è da qui che bisogna ripartire. E Galdabini ha buon gioco a proporre «l’introduzione di un sistema di incentivi legati alla sostituzione dei macchinari obsoleti con nuove tecnologie d’avanguardia».

operatore cncNel terzo trimestre 2015, l’indice degli ordini di macchine utensili elaborato dal Centro Studi & Cultura di Impresa di Ucimu ha registrato un incremento del 16,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Si allunga dunque a otto trimestri consecutivi il trend positivo registrato dall’indice degli ordini il cui risultato è stato determinato dai positivi riscontri raccolti dai costruttori italiani sia sul mercato interno che estero.

In particolare, gli ordini interni sono cresciuti del 5% rispetto al periodo luglio-settembre 2014, mentre è risultato ancora più deciso l’incremento degli ordini esteri, cresciuti del 18,5%.

L’analisi dei dati, condotta attraverso il sistema della media mobile, che rileva l’andamento degli ultimi quattro trimestri permettendo così di smorzare l’effetto di stagionalità determinato dalla differente raccolta di ordini nei diversi trimestri, registra oggi un valore pari a 130,1 (base 2010=100).

Luigi Galdabini, presidente di Ucimu, ha commentato: “Questa ultima rilevazione conferma il periodo favorevole imboccato dall’industria italiana di settore che dimostra di saper cogliere le opportunità offerte dalla ripresa della domanda italiana e estera. La tecnologia esposta suggerisce alle nostre autorità di governo la necessità di sostenere con interventi ad hoc le intenzioni degli utilizzatori italiani che, al pari degli stranieri, sono nuovamente disposti a acquisire nuovi mezzi di produzione – ha continuato Galdabini. In questo senso – accogliamo con grande favore il provvedimento del Superammortamento, che permette l’ammortamento del 140% del valore del bene acquisito. Si tratta di un’ottima risposta alla necessità di sostenere la domanda interna poiché la misura, inserita in Legge di Stabilità, è applicabile a tutti gli acquisti in macchine utensili, e non solo, effettuati tra il 15 ottobre 2015 e il 31 dicembre 2016, anche tramite attività di leasing o secondo le modalità previste dalla Legge Sabatini. L’aggiornamento del parco macchine del nostro paese è infatti indispensabile presupposto per mantenere competitiva la produzione manifatturiera italiana rispetto ai competitors stranieri. Per questa ragione – ha concluso il numero uno di Ucimudovrebbe essere prevista anche una misura che incentivi la sostituzione, volontaria, di macchinari obsoleti, installati in Italia, in modo che i sistemi di produzione possano rispondere alle nuove esigenze di produttività, risparmio energetico e rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro che l’Europa oggi richiede, assicurando giusta competitività al made in Italy”.

Osservatorio-MECSPE

Il comparto manifatturiero italiano sta uscendo dal periodo congiunturale negativo. Secondo l’Osservatorio Mecspe realizzato da Senaf in vista della fiera internazionale delle tecnologie per l’innovazione (Fiere di Parma, 17-19 marzo 2016), un forte impulso verrà dalle imprese della meccanica e della subfornitura che mostrano segnali di ritrovata vitalità e guardano con estrema positività al futuro.

In particolare, sono le aziende che investono in innovazione ad avere le migliori performance con un aumento di fatturati e una soddisfazione crescente. Nei primi sei mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2014, si conferma, infatti, il trend positivo previsto nella rilevazione di fine 2014, con una crescita dei fatturati (per il 47% delle aziende), ordinativi adeguati alle esigenze finanziarie (70,8%) e una liquidità complessivamente soddisfacente (92,9%).

“L’Osservatorio Mecspe conferma i segnali di ripresa registrati nelle scorse settimane.”, commenta Emilio Bianchi, direttore di Senaf, “Ci troviamo di fronte a un mercato che comincia a correre e lo fa su un export a km zero. Le imprese della meccanica hanno capito alla perfezione che, beneficiare della ripresa economica, vuole anche dire prendere la via dell’internazionalizzazione, possibilmente approfittando dei mercati vicini e più stabili”.

Questa situazione di crescita si traduce per oltre 6 imprenditori su 10 in un alto grado di soddisfazione (64,1%) per l’andamento aziendale.

“Gli indici dimostrano una consistente fiducia, non solo nelle proprie performance, ma anche nell’andamento del mercato. Un’ottima notizia per l’intero Paese.” sottolinea Enrico Gallorini, partner diGRS Ricerca & Strategia, la società che ha condotto l’indagine.

Infatti, come emerge dall’Osservatorio, oltre la metà degli imprenditori (55,5%) si aspetta una crescita del mercato in cui operano nei prossimi 3 anni, un 10% in più rispetto a quanto si era registrato nello stesso periodo del 2014.

Guardando, invece, più nel breve periodo, quasi la metà degli imprenditori prevede, rispetto al secondo semestre dello scorso anno, di chiudere l’anno con fatturati in crescita (48,4%) mentre gli ordini già confermati per la seconda metà del 2015 sono stabili per il 49,3% e in crescita per il 36,9%.

Sul fronte dell’occupazione, nel primo semestre 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014, se il 58,5% delle imprese non ha variato il proprio numero dipendenti, è ben il 37,4% ad aver invece assunto nuovo personale. Stesso scenario per la seconda metà del 2015, con il 64% che prevede di mantenere stabile il numero di addetti e un 30,8% che intende aumentarlo.

Se il Jobs Act sostiene le imprese nelle assunzioni, la burocrazia rimane invece il primo elemento di criticità per gli imprenditori (86,6%), seguito dal costo del lavoro (81,4%) e dagli aspetti fiscali (81,2%). Non desta molta preoccupazione, invece, la rapida evoluzione del settore (47,1%), segnale di aziende in grado di assorbire i cambiamenti produttivi.

“Tra le nuove sfide che il mercato sta affrontando c’è, ad esempio, quella della produzione additiva, ovvero della prototipazione rapida e della stampa in 3D. Tecnologie innovative che trovano sei imprese su dieci informate e potenzialmente interessate ai vantaggi competitivi offerti”, conclude Bianchi.

Sabatini-bis confermata a tutto il 2016, bonus fiscale per chi investe in macchinari tra i provvedimenti «in pole» nella Legge di Stabilità. Per il settore non è una vittoria completa ma le parole del sottosegretario all’economia Enrico Zanetti rassicurano la platea di imprenditori che lo ascolta alla Emo di Milano, maggiore rassegna mondiale delle macchine utensili. Impianti che finalmente vengono acquistati con volumi crescenti anche in Italia, dopo anni di mercato interno in caduta libera. Risalita quanto mai gradita per un comparto da 400 imprese e 32mila addetti, in grado di offrire un contributo al Pil di oltre sette miliardi di euro. «Il corso favorevole degli eventi – spiega il presidente di Ucimu-Sistemi per produrre Luigi Galdabini – deve ora essere rafforzato da misure aggiuntive, rendendo strutturali gli incentivi previsti dalla Legge Sabatini-bis e prevedendo provvedimenti ad-hoc per incentivare la sostituzione dei macchinari obsoleti.

20151006-Robot

Nei primi 6 mesi del 2015 l’export di macchinari prodotti in Italia è cresciuto dell’8,6% sul 2014. Particolarmente positivi i trend delle esportazioni verso Regno Unito (+142,4% rispetto al 2014), Repubblica Ceca (+83,9%) e Russia (+58,1%). Il mercato più importante per l’Italia resta comunque quello degli Usa, che vale da solo circa 176,4 milioni di euro.

EMO MILANO 2015, PRESENTATA LA NUOVA EDIZIONE È stata presentata stamattina a Roma l’edizione 2015 di EMO MILANO, la fiera mondiale della macchina utensile, robotica e automazione in programma a Fieramilano dal 5 al 10 ottobre 2015, in concomitanza con Expo. Pier Luigi Streparava, commissario generale Emo Milano 2015, ha diffuso alcuni dei numeri legati all’evento: 1.600 espositori, 150.000 visitatori in rappresentanza di oltre 100 paesi e più di 120.000 metri quadrati di superficie espositiva netta. Presenti alla conferenza di presentazione anche Luigi Galdabini, presidente Ucimu­Sistemi Per Produrre, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione che organizza l’evento, Andrea Meloni, direttore generale per la promozione del sistema paese, ministero Affari Esteri, Roberto Luongo, direttore generale Ice. A concludere Giorgio Squinzi, presidente Confindustria. La fiera è il principale appuntamento espositivo per gli operatori internazionali dell’industria manifatturiera che, il prossimo autunno, convergeranno a Milano da ogni parte del mondo per sei giorni di full immersion tra le novità proposte dai principali player mondiali. Nei padiglioni di fieramilano Rho­Pero sarà allestita la più grande fabbrica mondiale dove saranno esposte macchine utensili, robot, automazione, additive manufacturing, soluzioni meccatroniche e tecnologie ausiliarie. In scena sarà il meglio di un settore che oggi vale 64 miliardi di euro (produzione mondiale) ma che è destinato a crescere in modo deciso già nel prossimo triennio, trainato dalla ripresa del consumo mondiale di sistemi di produzione. Secondo i dati elaborati dall’istituto econometrico internazionale Oxford Economics, infatti, dopo un periodo di generale arretramento, a partire dall’anno in corso il consumo mondiale di macchine utensili tornerà a crescere in modo costante, fino a raggiungere i 71 miliardi nel 2018 (+18% rispetto al 2015). Anche dagli ultimi dati elaborati dal Centro Studi & Cultura di impresa di UcimuSistemi Per Produrre, è emerso che in Italia si torna a investire in macchine utensili, segno che l’industria manifatturiera del Paese ha imboccato la strada della ripresa. Nel 2014, infatti, l’indice degli ordini di macchine utensili raccolti dai costruttori italiani ha registrato un incremento medio, rispetto al 2013, del 14,7%. Il risultato è stato determinato sia dal positivo andamento delle performance sul mercato estero (+10,1%) sia dagli ottimi riscontri del mercato interno (+37,2%)

«Siamo portati per la qualità delle soluzioni che offriamo perché non possiamo puntare sui grandi volumi e le economie di scala. Così abbiamo conquistato nicchie di mercato in mezzo mondo».

Per Fabio Storchi, presidente di Federmeccanica, il successo delle Pmi “globali”, che vendono pompe, valvole, agromacchine e imballatrici, ricambi e componenti “in ferro” per i più diversi impieghi, sta tutta nell’aver trasformato l’handicap delle dimensioni (rispetto ai colossi tedeschi, giapponesi e coreani) in un vantaggio competitivo.

Forniture su misura. Macchinari, componentistica e impianti personalizzati, ritagliati, con precisione sartoriale, per i differenti clienti sparsi tra continenti e fusi orari. Ma concorrenziali nel prezzo, qualificati per materiali e tecnologicamente innovativi. In grado, dove serve, di recuperare efficienza e azzerare (o ridurre di molto) l’impatto ambientale.

Un modello di penetrazione “porta a porta” – cioè andandosi a cercare i clienti e a sviluppare con loro e per loro soluzioni personalizzate – che funziona dall’Europa (Germania soprattutto) agli Usa, dal Messico (hub produttivo del Nordamerica) alla Cina e in tutti quei Paesi dove le infrastrutture (Medio Oriente, Sudamerica) e l’attività estrattiva (dal Mozambico al Canada, in attesa che la Russia si sblocchi) sono essenziali a far correre il Pil.

Ma la meccanica ( che vale oltre il 7% del Pil nazionale, quasi 190 miliardi di euro di export, circa la metà di quello dell’intero paese) è anche una “galassia” dove alcuni settori (dal packaging alle macchine utensili) sono cresciuti a doppia cifra, anche negli anni della crisi. Mentre altri (dai prodotti in metallo all’edilizia) sono stati risucchiati nel tracollo del mercato interno. Uno tsunami che ha travolto chi non esportava. Dal 2008, il settore, complessivamente, ha perso 30 punti. Oggi cresce. Piano. Federmeccanica si attende un +2% entro il 2015.

Lo stesso trend emerge dai dati di Anima (l’associazione della meccanica varia). La produzione 2015 arriverà a 40 miliardi di euro dai 39,3 dello scorso anno (+0,8%). L’export arriverà a 23,5 miliardi (+1,1% sul 2014) . Investimenti e occupazione tengono ma non risalgono.

Per Alberto Caprari , presidente di Anima, rispetto all’Italia, «all’estero c’è più attenzione alla tecnologia che fa risparmiare sull’intero ciclo di vita di una macchina complessa. Se un sistema fa risparmiare in manutenzione o, significativamente, in consumo di energia, i clienti esteri mostrano più sensibilità e sono disposti anche a un maggiore prezzo di acquisto. Sanno che la tecnologia si paga. Molti imprenditori italiani invece ancora non riescono a ragionare negli stessi termini».

«Questo perché in Italia manca ancora – spiega Giancarlo Losma, presidente di Federmacchine – una cultura d’impresa. Nelle nostre Pmi ci sono troppo pochi manager. E non è solo questione di “taglia”. La Germania ha più piccole imprese dell’Italia. Ma il 70% delle loro Pmi ha manager, soprattutto per l’export. Da noi solo il 40».

Se l’export 2014 di macchinari è andato bene (+2,1%, 26 miliardi) Losma spezza una lancia anche a favore dell’Italia. «Dieci anni fa – dice – il 25% dei macchinari in Italia aveva più di 20 anni». Figuriamoci oggi. Se a ciò si aggiungono la proroga, atutto il 2015 degli incentivi della legge Sabatini e il bonus macchinari, chiuso al 30 giugno, si capisce perchè la domanda di beni strumentali, in Italia, è tornata positiva: +10,8%, pari a 17,3 miliardi. «E nel I trimestre 2015 – conclude Losma – la crescita è stata del 15,4%. Ma serve che le misure diventino strutturali ».

Del resto, che l’Italia non sia una partita persa, ad esempio, per la meccatronica lo dimostra il successo della fiera dell’automazione industriale Sps Ipc Drive (alla 5° edizione) che ogni anno si tiene a Parma, organizzata dai tedeschi di Messe Frankfurt. «La forza – spiega l’ad di Messe Frankfurt, Donald Wich – sta nell’aver riempito un vuoto italiano in un settore, l’automazione industriale, in crescita esponenziale in tutto il mondo. E che ha in Italia nicchie produttive di assoluta eccellenza. L’automazione presentata a Parma può poi essere declinata dall’alimentare ai trasporti, dalla farmaceutica alla robotica».

Imprese, 900 mila posti di lavoro in arrivo nel 2015

L’osservatorio Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro stima una crescita del 15% rispetto allo scorso anno.Saldo occupazionale ancora negativo (-60mila) ma in riduzione. Meccanica e terziario avanzato tornano in positivo. Piccole imprese e Sud in affanno. IL RAPPORTO IN ALLEGATO

Oltre 910mila entrate programmate dalle imprese dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente, 119mila in più rispetto al 2014; una ripresa della manifattura italiana in chiave di innovazione e qualità; ancora negativo ma in miglioramento il saldo fra “entrate” e “uscite” nel settore privato. Sono le notizie per l’anno 2015 del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro. Che segnala anche la stabilizzazione, grazie alle misure introdotte dal Jobs act, di circa 170mila lavoratori e la creazione di circa 55mila nuovi posti di lavoro che non si sarebbero avuti quest’anno a legislazione invariata.

La manifattura italiana, soprattutto quella più innovativa e proiettata sui mercati esteri (dalla meccanica all’alimentare, dal chimico-farmaceutico alla plastica), pare sia passata al contrattacco: nel 2015 una industria su cinque assumerà personale dipendente, mentre nel 2014 era una su sei. Nel complesso, sono 186.600 le entrate attese in questo settore (+31.300 rispetto allo scorso anno). Nel mirino dei “cacciatori di teste” delle imprese del Made in Italy, figure professionali a maggior qualificazione da impiegare nella progettazione (aumenta la richiesta di ingegneri), nell’innovazione digitale (a cominciare dagli analisti e progettisti di software) e nell’ideazione di nuove strategie commerciali (grazie ai tecnici delle vendite). Ma anche tanti operai specializzati richiesti soprattutto dall’industria alimentare e meccanica. Aumenta poi di due punti percentuali la quota di imprese dei servizi che ha programmato assunzioni di personale dipendente, passando dal 13,8% al 15,9%. Oltre 639mila i lavoratori complessivi in ingresso in questo settore (+73.200 rispetto al 2014).

A crescere in misura consistente quest’anno è il lavoro “stabile”, a cominciare dai nuovi contratti a tutele crescenti che dovrebbero essere 249.200 rispetto ai 146mila “vecchi” contratti a tempo indeterminato programmati lo scorso anno. Interrogate su queste 249mila assunzioni, le imprese hanno indicato, quale media della motivazione prevalente, che 132.700 (il 53,2%) sarebbero comunque state messe in programma, che 35.400 non sarebbero state previste senza il Jobs Act (14,2%) e che, grazie a questo, oltre 19mila verrebbero anticipate a quest’anno (7,7%). Inoltre, per 62mila assunzioni circa si tratterebbe di un cambio rispetto a una tipologia contrattuale “atipica” originariamente prevista (24,9%). A quest’ultima quota di “precari” stabilizzati grazie al Jobs Act, va aggiunta una buona parte di quelle 117mila trasformazioni di contratti dal tempo determinato all’indeterminato di personale già alle dipendenze delle imprese che possono essere state influenzate o stimolate dall’introduzione della nuova disciplina. Complessivamente, quindi, si può ritenere che quasi 54.500 delle assunzioni previste con contratto a tutele crescenti siano in effetti  assunzioni aggiuntive  favorite dal Jobs Act.

In aumento la domanda di lavoro
Nel corso del 2015, le imprese italiane dell’industria e dei servizi (con almeno un dipendente a inizio anno) hanno programmato di realizzare complessivamente oltre 910.300 “entrate” di nuovo personale: quasi 118.900 in più rispetto al 2014, con un incremento del +15,0%. Ne faranno parte oltre 721.700 assunzioni dirette (+17,7% quelle a carattere stagionale e non stagionale) e circa 188.600 nuovi contratti di lavoro atipici (di somministrazione o parasubordinati + 5,9%).

La riscossa del Made in Italy
Che la ripresa economica del nostro Paese abbia nella manifattura l’elemento trainante emerge con chiarezza dai programmi occupazionali formulati dalle imprese. L’allargamento della platea delle imprese intenzionate ad assumere (maggiore nella manifattura rispetto ai servizi), l’incremento delle assunzioni dirette (+19,7% nell’industria in senso stretto a fronte del +16,2% dei servizi) e, soprattutto, il più consistente investimento in profili professionali di livello elevato fanno capire che una parte della nostra industria leggera sta scommettendo sul suo futuro. E lo fa puntando sull’innovazione e sulla qualità, investendo su quelle figure qualificate che possono fare la differenza in un mercato sempre più competitivo e allargato, ormai non solo nell’industria ma sempre più anche nei servizi.Così va letta, all’interno delle 721.700 assunzioni alle dirette dipendenze delle imprese dei diversi settori economici programmate per quest’anno, la crescente domanda di professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (39.580, +6.420), tra le quali spicca la richiesta di Analisti e progettisti di software (8.050, +2.520 rispetto al 2014) e di Ingegneri (9.040, +1.780). Tra le professioni tecniche (77.560 nel loro complesso, +15.770 rispetto al 2014), aumenta la domanda di quei profili che operano in campo scientifico, ingegneristico e della produzione (26.120, +6.730). Tra questi, i Disegnatori industriali (4.470, +1.960) sono la professione che registra la maggior variazione percentuale rispetto allo scorso anno. Tra le professioni tecniche in attività organizzative, amministrative, finanziarie e commerciali (36.160, +6.670), spicca la richiesta di Tecnici della vendita e della distribuzione (10.170, +2.090). In termini relativi, l’aumento più elevato della domanda tra i profili professionali “tecnici” riguarda tuttavia quelli del campo delle scienze della salute e della vita (10.500 assunzioni, con un incremento del +36,4%, pari a +2.800 dipendenti), tra i quali si distinguono in particolare le professioni sanitarie, infermieristiche e ostetriche (5.050, +1.720).L’espansione della domanda di lavoro ha un riflesso notevole anche sui diversi profili di Operai specializzati (91.600 nel complesso, +7.500 rispetto al 2014) e soprattutto di Operai di macchinari fissi e mobili (85mila, +22.600), in particolar modo quelli addetti alle catene di montaggio automatizzate, alle lavorazioni metalliche, all’assemblaggio, ai macchinari dell’industria alimentare.

Spazio a 202 mila giovani “under 30”
Ai giovani quest’anno le imprese ritengono di poter riservare oltre 202mila delle 721.700 assunzioni (non stagionali e stagionali), pari al 28% del totale. Spazi maggiori sembrano aprirsi nelle imprese dei servizi (156.600), rispetto a quelle dell’industria nel suo complesso (45.600). Più intensa la presenza giovanile nel Nord Ovest, dove la quota di assunzioni destinate agli under 30 sfiora il 32%, e tra le imprese con oltre 250 dipendenti, nelle quali la percentuale raggiunge il 36%.Meno precari nelle impreseAi 721.700 lavoratori stagionali e non stagionali alle dirette dipendenze delle imprese si aggiungono 110mila interinali, fino ad arrivare a un totale di circa 831.700 assunzioni di personale dipendente per il 2015. Per ricostruire il totale delle oltre 910.300 entrate programmate dalle imprese occorre, infine, tener conto anche dei 45.700 lavoratori con contratti a progetto e i 33mila collaboratori a partita Iva e occasionali. Diversa è, però, la richiesta di queste diverse tipologie di lavoratori rispetto allo scorso anno: l’aumento più consistente è quello riguardante i contratti a tempo indeterminato (249.200, +103.200 rispetto al 2014), mentre decisamente meno consistente appare l’incremento dei contratti a tempo determinato (205.200, +15.150) e quello degli interinali (110mila, +25.500). Si ridurranno, invece, i contratti di apprendistato (34.100, -700) e i contratti a chiamata (12mila, -2.600). In diminuzione sensibile anche le forme atipiche: saranno 45.700 i contratti a progetto (-12.900) e 33mila le partite Iva (-2.100).

Lombardia a passo doppio 
Se il Nord Ovest è l’area che concentra il maggior numero delle 910.300 entrate complessivamente previste (circa 270mila, pari a poco meno del 30% del totale), la Lombardia, prima regione nella classifica a livello nazionale, ha addirittura il passo doppio rispetto al Veneto, maglia d’argento nella graduatoria: 178.400 gli ingressi programmati contro 92.500. A seguire l’Emilia Romagna, con 87.300 entrate, quindi il Lazio con 82.900. Sul fronte opposto, le tre “piccole” regioni italiane: Molise (3.200 entrate), Valle d’Aosta (3.900) e Basilicata (7.500). A livello provinciale, Milano è leader (83.600), seguita a una certa distanza da Roma (67.100). Napoli, al terzo posto, registra 36mila entrate, quindi Torino (34mila) e Verona (22mila).

Saldo ancora negativo ma ridotto rispetto al 2014
Ancora un segno meno potrebbe accompagnare il bilancio tra entrate e uscite nel settore privato anche nel 2015 ma con un forte miglioramento rispetto al 2014. Un saldo che, tuttavia, presenta margini di miglioramento nella seconda metà dell’anno, quando le uscite ormai già programmate dalle nostre imprese potrebbero essere maggiormente bilanciate da entrate di nuovo personale oggi non del tutto prevedibili ma che si manifesterebbero a seguito di segnali di ripresa più decisi.   Nel complesso, per quest’anno il saldo dovrebbe essere di 60.400 posti di lavoro in meno, in deciso miglioramento, quindi, rispetto ai -144mila previsti dalle imprese lo scorso anno. In altre parole, un aumento netto della domanda di lavoro di oltre 83mila unità, pari a quasi 94 entrate ogni 100 uscite, a fronte di un rapporto tra le due pari a 85 un anno fa. Che la “macchina” dell’occupazione sia comunque in movimento è evidente dalle previsioni formulate dalle diverse “taglie” di impresa e dai singoli settori economici. La riduzione di posti di lavoro sarà ancora consistente tra le imprese minori (-47mila il saldo di quelle fino a 9 dipendenti e -17mila per quelle da 10 a 49 dipendenti), mentre si attenua nella classe intermedia (-7.200 per quelle con 50-249 dipendenti). In aumento, invece, l’occupazione nelle imprese maggiori: 1.200 posti in più verranno creati dalle imprese con 250-499 dipendenti e quasi 10mila da quelle con oltre 500 dipendenti. Posti di lavoro in crescita in cinque settori manifatturieri: meccanica (+2.200), chimica e farmaceutica (+600), gomma e materie plastiche (+500) e alimentare (+200). Ancora consistente, invece, la riduzione di personale attesa soprattutto dalle industrie tessili, dell’abbigliamento e delle calzature (-4.660), del legno e mobile (-2.620) e della lavorazione dei minerali non metalliferi (-2.130). Tra i servizi, è attivo il bilancio fra entrate e uscite per i Servizi informatici e delle comunicazioni (+2.100) e per i Servizi avanzati di supporto alle imprese (+2.500). Elevata, invece, la contrazione di personale prevista dal Commercio al dettaglio (-6.650) e dai Servizi di alloggio e ristorazione (-7.890).Considerando i soli lavoratori stagionali e non stagionali, tutte le regioni dovrebbero registrare a fine anno una riduzione di personale compresa tra i -200 lavoratori della Basilicata e i -8.850 della Lombardia. A livello provinciale, spiccano invece i dati positivi di Milano e di Catania, in cui Excelsior prevede un incremento occupazionale pari a 2.200 posti di lavoro, nel primo caso, e a +600 nel secondo (rispettivamente, +0,2% e +0,5% i saldi in percentuale). Inoltre, a Napoli e Matera le imprese prevedono di mantenere stabili i posti di lavoro attuali.

20150709-Mercato-Macchine-UtensiliIl mercato sale, sale, sale. Sembra impossibile dopo anni di crisi più nera della pece, eppure anche per il mercato delle macchine e degli utensili, tra i più attivi e produttivi in Italia, la concreta realtà di rilancio sta accadendo: una delle eccellenze del nostro Paese è certamente l’unione dei costruttori nella filiera UCIMU ­ SISTEMI PER PRODURRE che annuncia un secondo trimestre record per le nuove richieste di ordini. Da aprile a giugno, l’indice di macchine utensili, elaborato dal Centro Studi & Cultura di UCIMU, ha registrato un incremento netto del 30% rispetto allo stesso periodo del 2014, allungando così a sette trimestri consecutivi il trend positivo per i costruttori italiani, con la palma di migliore performance nel settore macchinari del mercato interno. L’indice interno recita un ottimo +46,7% rispetto all’anno precedente, mentre le richieste arrivate dall’estero è cresciuto del 26,1%. Evidentemente soddisfatto il presidente UCIMU Luigi Galdabini che afferma tutto il suo impegno per continuare nella ripresa per l’intero settore dei costruttori italiani di utensili e macchina, elogiando tutti quelli che «pur mantenendo sempre fede alla propria tradizionale propensione all’attività di export, hanno saputo sfruttare appieno la ripresa della domanda italiana di sistemi di produzione». Ha poi continuato sottolineando i riscontri positivi di quest’ultima rilevazione, dovuti principalmente alla ripresa del mercato interno grazie alla Nuova Legge Sabatini, già rifinanziata per tutto il 2015 e del bonus macchinari, scaduto il 30 giugno. Proprio questo elemento rimane l’unica punta amara che commenta il presidente Galdabini, «proprio il provvedimento del bonus macchinari ha positivamente influito sull’andamento del primo semestre, producendo un “effetto concentramento” della raccolta ordini. I costruttori speravano in un prolungamento del tempo di consegna almeno fino a fine 2015. Questo purtroppo non è avvenuto». Resta auspicabile per Galdabini che il bonus macchinari da provvedimento congiunturale diventi effettivamente un elemento strutturale, assicurando così alle aziende utilizzatrici di beni strumentali un giusto incentivo per gli investimenti ad elevata tecnologia. «Dobbiamo recuperare il terreno perso con la crisi del 2009 e non possiamo fermarci ora: se EMO Milano 2015, la mostra mondiale di settore in scena a Fieramilano il prossimo ottobre, darà certamente una spinta ai consumi di sistemi di produzione nel nostro paese, va considerato che sono indispensabili misure di politica industriale capaci di assicurare la continuità di questa ripresa»; un Galdabini pronto come tutti gli associati a scommettere sull’immediato futuro con però tutti gli incentivi del caso che vanno necessariamente riattivati se non creati dei nuovi.

Il settore dell’automazione industriale si espande a un tasso del 9% annuo. Il ruolo determinante di Pechino: è già il primo mercato al mondo, ma ha una densità robotica (il rapporto tra macchine e dipendenti) dieci volte inferiore a quella della Germania. Ecco perché non potrà che crescere.

Robotica, un mercato da 27 miliardi di dollari. Che cresce grazie alla CinaMILANO – La robotica è entrata sempre di più nella vita delle persone e soprattutto negli stabilimenti produttivi. Secondo una stima del Boston Consulting Group, si tratta di un mercato che alla fine del 2015 si attesterà a quasi 27 miliardi di dollari, in netta crescita rispetto ai 7,4 miliardi di dollari del 2000 e ai 10,8 miliardi di dollari del 2005. “Non a caso, ancora il Bcg stima una crescita del giro d’affari del 9% all’anno”, spiegano Massimo Siano di Etf Securities e Richard Lightbound, Partner&CEO della società partner Robostox. “Stiamo parlando di un settore in forte crescita come lo era l’informatica negli anni ’90. L’investitore finanziario è avvisato. Le nostre vite non saranno più le stesse con i robot in casa, a lavoro ed in vacvanza così come la nostra vite sono cambiate con l’invenzione di internet, computer e telefono mobile”.

A livello geografico, ancora una volta la parte del leone verrà svolta dalla Cina. “Il governo di Pechino sembra essere il più interessato a sviluppare il settore della robotica, secondo l’IFR (International Federation of Robotics), nonostante i principali partner delle società cinesi siano produttori robotici stranieri leader di mercato”. Se si guarda invece al settore industriale su cui scommettere, “quello più interessante sembra essere quello dei robot per l’industria manufatturiera seguito dal settore militare e dal commercio retail”. Proprio in Cina, oggi “le vendite di robot nel segmento industriale sono più che triplicate rispetto al 2012. Entro il 2017, i robot industriali opereranno in Cina in più stabilimenti produttivi che in Europa o in Nord America. Le unità operative nei prossimi 2 anni  raddoppieranno in Cina e saranno oltre 400.000. Per dare un’idea in Nord America, i numeri saliranno a circa 300.000 a le 340.000, sempre secondo l’Ifr”.

Il fatto rilevante è che, nonostante oggi la Cina sia il maggior mercato nella vendita di robot industriali, la cosiddetta “densità robotica” è ancora molto bassa: oggi “la Cina ha solo 30 robot industriali per 10.000 dipendenti nelle fabbriche. La densità robotica della Germania è dieci volte più grande, quella del Giappone è undici volte di più. In Nord America la densità robotica è di cinque volte superiore a quella in Cina, dove la maggior parte dei robot industriali sono usati per le operazioni (40%), la gestione e per la saldatura (36%). L’industria automobilistica è di gran lunga il più grande cliente (circa. 40% dei robot industriali sono per questo settore)”. La sostanza è che i margini di crescita di Pechino sono enormi.

Etf Securities ha lanciato lo strumento Robo-Stox proprio per l’investimento nel settore: un Etf quotato in Borsa che segue l’andamento del settore della robotica e dell’automazione, monitorato da scienziati e autorità mondiali. L’obiettivo è selezionare le imprese più innovative lungo tutta la catena del valore, cercando di catturare la crescita complessiva del settore e minimizzando il rischio di scommessa su aziende specifiche: comprende il 40% di azioni “bellwether” (aziende leader con business principale direttamente collegato alla robotica) e “non Bellwether”, che derivano una parte rilevante del loro business e delle loro entrate dalla robotica e automazione e hanno il potenziale per crescere in questo settore. Proprio in ottica d’investimento, sorge la domanda su quale siano le potenzialità del settore, che per forza di cose vedrà cadere i prezzi. “Vi sono robot che costano appena 25.000 dollari e vengono già utilizzati nelle applicazioni industriali. Abbiamo già l’economia di scala in questo settore. Il futuro sarà vedere più ingegneri che operai nelle fabbriche e gli ingegneri con gli operai altamente specializzati altro non faranno che programmare robot, per differenti mansioni”.

Il futuro in fabbrica sarà dunque “più ricerca e meno delocalizzazione nei paesi emergenti. Le imprese in Italia resteranno in Italia perché avranno minori costi di lavoro e non rischieranno di perdere il know how. La medicina sarà un settore drasticamente diverso nei prossimi anni. Un chirurgo esperto non opererà più direttamente con le sue mani ma utilizzerà la ‘videolaparoscopia’ all’ospedale. Oggi negli ospedali italiani già si possono eseguire interventi di calcoli alle colecisti con questa tecnica, così come le appendiciti, ernie, resezioni al colon, resezioni gastriche perché sono interventi decisamente meno invasivi. Con la videolaparoscopia il chirurgo può operare sul corpo del paziente attraverso minuscoli fori, anziché tagli con il bisturi; il sistema consente quindi interventi meno invasivi, con riduzione del rischio operatorio,della perdita ematica, e quindi anche della necessità di trasfusioni, delle cicatrici, del dolore post-operatorio. Di conseguenza ci saranno ricoveri più brevi. Il chirurgo, inoltre, avrà una migliore visione dell’anatomia su cui interviene, potendo operare seduto”.