È tempo di manifatturiero 2.0

Cosa salverà il Veneto? Chi si occupa di economia territoriale non ha dubbi: il digital manufactoring, la manifattura digitale, ovvero l’innovazione e la tecnologia unite all’artigianalità e alla tradizione. Una manifattura tecnologica in grado di costruire prodotti innovativi con la capacità artigianale di chi è flessibile ad ogni esigenza del mercato e alla necessità di ottimizzare i costi. È un connubio che la crisi ha reso necessario.

La dura prova a cui è stata sottoposta la manifattura veneta ha spazzato centinaia di aziende tradizionali, facendo sopravvivere e crescere imprese fondate sul dualismo innovazione-tradizione. E non si tratta solo di innovazione di prodotto – in tutti i campi, da quello “pesante” della meccanica, che in regione costituisce il 40,8% delle imprese dell’industria e occupa il 43,7% degli addetti, a quello più “leggero” della moda –, ma anche di innovazione nella governance aziendale (come l’apertura ai fondi stranieri), nella struttura organizzativa e di processo (come l’adozione del metodo Lean), nell’approccio ai mercati esteri.

Le produzioni innovative non si contano; non hanno sostituito i settori tradizionali, bensì sono un’evoluzione di essi. Ne è un esempio la robotica, naturale trasformazione di aziende meccaniche, che hanno sviluppato nicchie all’avanguardia. Come la Elle Emme di Villafranca Padovana, 40 anni di esperienza nella meccanica di precisione, 30 addetti dell’età media di 30 anni (due assunti negli ultimi mesi) e la previsione di un fatturato di 4 milioni nel 2014 (+15% rispetto al 2013) dopo la crescita del 10% negli ultimi tre anni. L’azienda ha realizzato soluzioni robotizzate, tra gli altri, per la multinazionale americana Applied Robotics Inc. «La vera ricchezza della nostra azienda sono le persone – dice il presidente Luigi Facco –, con la loro capacità di trasferire il know-how in nuovi progetti». C’è anche la vicentina Hibot, società che si sta specializzando nella produzione di automi per ispezioni elettriche e montaggi in grandi impianti. L’azienda è nata grazie ad un quarantenne mantovano che dopo 14 anni passati in Giappone a studiare i robot, ha deciso di investire in Italia.

Il Veneto è all’avanguardia per le stampanti 3D, settore in cui leader è la Dws di Zanè, nel Vicentino, da vent’anni al lavoro con questa tecnologia e oggi corteggiata dalle grandi multinazionali. L’Acc di Mel, in provincia di Belluno, maggior produttore italiano di compressori, uscita dal rischio chiusura dopo l’acquisizione da parte della multinazionale cinese Wanbao, trova il rilancio grazie all’uso di un software di modellazione 3D. Produzioni innovative si trovano in comparti insospettabili: la Texa di Monastier di Treviso, leader mondiale negli strumenti diagnostici, ha realizzato speciali occhiali per la realtà aumentata in grado di connettere l’automobile alla rete e permettere una diagnosi veloce delle problematiche dell’auto (freschi vincitori dell’Automechanika innovation award in Germania). Dei 450 dipendenti di Texa, ben 150 fanno ricerca.

Ancora: i manager di Amazon sono venuti da Seattle per copiare la tecnologia di Pianca, impresa di arredamento di Gaiarine, sempre nel Trevigiano, che ha progettato e realizzato un particolare impianto di imballaggio per la spedizione degli arredi. Abbatte del 95% l’utilizzo delle materie plastiche, attraverso una scansione tridimensionale degli oggetti da imballare e l’introduzione di cuscinetti antiurto.

Grazie agli investimenti in innovazione corrono anche settori tradizionali come l’occhialeria – nel 2013 il valore delle esportazioni è salito a 2,1 miliardi, il 6,3% in più rispetto al 2012, in un distretto che copre circa l’80% della produzione nazionale –, o la concia, che ha visto un 2013 eccezionale, con una crescita dell’export del 10%, a circa due miliardi di euro di valore. E nella moda registrano record di guadagni Bottega Veneta, Moncler, Diadora, Falconeri, il brand di alta gamma da qualche mese di proprietà di Calzedonia. «Per quest’ultimo marchio selezioniamo con estrema cura le materie prime – ha detto Sandro Veronesi, presidente di Calzedonia, gruppo che ha chiuso il 2013 con 1,6 miliardi di fatturato –, mantenendo però un buon rapporto qualità-prezzo. Ora puntiamo ad espanderci maggiormente all’estero. Continuando ad innovare».

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